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Introdurre all’azione didattica

Programmazione annuale delle discipline

 

La programmazione delle discipline si basa su alcuni fondamentali che prescindono dai contenuti strettamente scolastici e coinvolgono il benessere dell’individuo lo sviluppo delle sue abilità sociali.

Partendo dal presupposto che il benessere emotivo degli agenti all’interno del rapporto educativo debba essere posto alla base del lavoro scolastico, l’azione educativa sarà rivolta all’acquisizione, da parte dei bambini, di autostima, coscienza di sé e degli altri, solidarietà e rispetto dell’ambiente.

La crescita e la maturazione dell’individuo come cittadino consapevole, agente nel proprio processo di formazione e nell’ambiente naturale e sociale che lo circonda, saranno poste al centro del lavoro scolastico e da esse deriveranno gli obiettivi specifici di studio.

La programmazione sarà strutturata per progetti e l’azione docente sarà di affiancamento e cura nei confronti degli alunni e dei loro progressi; le lezioni frontali, nell’eventualità che si rendano necessarie, saranno brevi e limitate; sarà privilegiato il cooperative learning.

L’attività scolastica sarà tesa all’acquisizione di abilità e competenze, anche pratico-manuali, che tengano conto degli interessi e dei contenuti più vicini ai ragazzi.

La valutazione sarà di tipo formativo e servirà agli alunni per riconoscere e correggere i propri errori, per accomodare i propri metodi di studio, per autovalutarsi.

I tempi scolastici saranno il più possibile distesi e intervallati da pause che consentano ai ragazzi di riorganizzare i propri apprendimenti e di strutturare autonomamente alcune attività.

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Aspettando l’Eccellenza

Ascolto la radio in una luminosa mattina di luglio. Appena preso il caffè mi piomba addosso una notizia esplosiva: una madre ha picchiato, forte, un’insegnante del figlio perché non riteneva giusta la valutazione elaborata dal docente.

L’insegnante veniva intervistata e raccontava, senza risparmio di particolari, l’aggressione che aveva subito.

Nel programma radiofonico era presente anche la voce di un avvocato che aveva seguito un caso di denuncia contro un insegnante da parte di una famiglia, narrava alcuni episodi di mancanza di professionalità docente ai quali aveva assistito nello svolgere il suo servizio.

Infine in questo programma si accennava ad una sentenza in cui si faceva esplicito riferimento alla mancanza di preparazione necessaria di molti insegnanti, mancanza di preparazione e di professionalità che impedirebbero alla scuola di fornire un servizio efficiente e di qualità, e che quindi giustificherebbero l’interferenza del genitore nell’attribuzione dei voti o dei giudizi finali, nel momento in cui li dovesse ritenere ingiusti e non adatti a valutare il proprio figlio.

Bene.

Anzi, male!

Perché da una parte mi identifico nei genitori di adolescenti intelligenti e vivaci ai quali le pressanti richieste di memorizzare nozioni o di assistere ad interminabili lezioni frontali tolgono l’entusiasmo verso il sapere, che si traduce nell’attribuzione di voti scarsi e di sempre minore interesse e partecipazione alle attività scolastiche.

Dall’altra mi sento quell’insegnante che non sa far altro che così, non ha gli strumenti per affrontare un nuovo modo di insegnare; non solo gli mancano gli strumenti materiali: aule attrezzate, tecnologia avanzata, biblioteche aggiornate, ma non possiede neanche la preparazione necessaria a svolgere un cambiamento radicale nel modo di porsi del docente nei confronti degli alunni, un po’ per scarsa preparazione personale, un po’ per nessuna formazione in servizio, un po’perché, diciamoci la verità, di selezionare eccellenze che lavorassero nella scuola, finora non gliene è importato un cavolo a nessuno!

Provate a pensare ad un qualsiasi ente, azienda, studio, ufficio, laboratorio, che assume personale ( a tempo indeterminato!), senza averlo minimamente selezionato: non un concorso, nemmeno un test, neanche un colloquio, amichevole e bonario, tanto per vederti in faccia e sentire come parli, niente!

Sei stato per tanti anni a far supplenze? Si presume che tu abbia imparato il mestiere… puoi entrare!

Come???!!! Così???!!!

A svolgere uno dei compiti più difficili, a formare i nostri figli, a creare l’immagine della scuola italiana nel mondo e il futuro della nostra nazione?

Be’ così è andata per molti, lunghi anni; in questo periodo, dal 1999 al 2012, la qualità della classe docente italiana è scesa ai minimi storici e adesso ne paghiamo le conseguenze!

Ma soprattutto molti validissimi insegnanti che studiano, si aggiornano, sono preparati e appassionati, hanno dovuto cedere il posto a chi, possedendo molti titoli, spesso acquistati con qualche migliaio di euro o anche meno, o molti anni di servizio, ha conquistato un posto più in alto in graduatoria.

Per troppo tempo nella scuola hanno trovato posto non i più bravi, i meritevoli, i migliori con la migliore preparazione, e ce ne sarebbero stati, ma coloro che avevano in qualche modo barato, acquistando titoli falsi, o coloro che per anni si erano resi disponibili alle sostituzioni dei docenti in servizio.

Ecco perché la Scuola Italiana in un momento cruciale come questo, in cui si mostra urgente una profonda rivoluzione, si trova profondamente impreparata, con una classe docente che assomiglia tanto ad un’armata Brancaleone!

Ma…

Lunedì scorso ascolto un’intervista fatta da Radio 24 al Ministro Giannini:

Minoli: Nel suo programma di dodici punti, dove si vede che avete deciso anche voi di favorire l’eccellenza?

Giannini: L’eccellenza nella Scuola Italiana significa avere tutti gli insegnanti che servono… formarli ed avere competenze qualificate e aggiornate.

Minoli: Ecco ma assumere 150 mila precari della scuola non è detto che vada nella linea di favorire l’eccellenza…nell’insegnamento la SELEZIONE è la premessa dell’eccellenza, come si fa a farla su questi 150 mila?

http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/mix24/2014-10-06/faccia-faccia-stefania-giannini-111943.php?idpuntata=gSLA2zlXm&date=2014-10-06

Ci risiamo.

“La Scuola esiste per gli studenti, non per risolvere il problema del precariato.”

(Mariapia Veladiano, La Repubblica)

 

 

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Premi per spengere

imm

Chi di voi non ha mai udito le parole: “E’ giusto che la scuola PREMI coloro che si impegnano, che fanno sacrifici e che diligentemente rispettano le regole e le richieste degli insegnanti”….o qualcosa del genere.

Tutti voi avrete ascoltato una tiritera come questa almeno una volta nella vita.

Sono sacrosante parole, che però non considerano l’altra parte del mondo.

Per ciascuno di noi, ex studenti della scuola italiana, risulta molto difficile porsi in maniera critica dinanzi a quelle parole, perché ogni secondo della nostra carriera scolastica è stato pervaso dal loro significato .

Sapevamo che i voti più alti sarebbero stati di coloro che con gran sforzo di memoria, rinunciando a ciondolare con gli amici sui muretti delle nostre adolescenze, avrebbero “assimilato”, fino all’ultima goccia, il sapere dei libri scolastici ; diligentemente si sarebbero “applicati” con costanza ed impegno, conquistando un alto “rendimento” scolastico.

Per contro sapevamo anche che i voti più bassi sarebbero andati a coloro che studiavano poco e senza entusiasmo, “le capacità ce le avrebbe ma non si applica”, a coloro che non avrebbero sempre rispettato le regole “…consegna il compito e esci…non si passano foglietti ai compagni…”, a coloro che spesso, a volte per partito preso, contraddicevano gli insegnati mostrando quello sprezzo per l’autorità e il potere costituito che tanto fa bene alla gioventù quanto fa male a chi il potere lo detiene o crede di averlo.

Ecco che si presenta il problema del resto del mondo: tutti quegli studenti che, entusiastici frequentatori di musica e tecnologia, di letteratura e fumetti, di videogiochi e arti marziali, si mostrano riluttanti difronte ai libri, tutti coloro ai quali non potremmo mai chiedere di memorizzare un centinaio di pagine di storia con un fatto dietro l’altro e dentro ottanta date da ricordare, di questi ragazzi che ne facciamo?

Diciamo che “non si applica” e per questo che se la vedano i genitori?

Li salutiamo con un pacchettino di insufficienze scoraggiandoli a proseguire gli studi?

Ma quelle loro abilità…quel loro entusiasmo per le forme di cultura più moderne…per la novità.

Lasciamo che la scuola perda tutto questo.

La scuola non deve PREMIARE.

La scuola deve formare, educare, istruire, tutti!

Già il fatto che si usino i voti anche per bambini molto piccoli crea sufficienti problemi di valutazione per gli insegnanti , di orientamento per i genitori e di autostima per i piccoli.

Se poi ci vogliamo confondere anche con i premi…

Spesso le menti più creative, che avrebbero potuto contribuire in maniera significativa all’ innovazione, che tanto avrebbe fatto comodo alla nostra disastrata economia, quelle menti si nascondevano fra coloro che la scuola italiana per tanto tempo non ha “premiato”, ma ha anzi scoraggiato, punito, esiliato.

Inoltre includere e accogliere con benevolenza e comprensione, spingere alla collaborazione e alla solidarietà, al rispetto per le diversità che favorisce in ognuno le propensioni e i talenti, avrebbe forse impedito l’attestarsi di quella mentalità da “squalo pigliatutto” che tanto ha danneggiato l’economia e la società dei nostri giorni.

Alla domanda:

  • Siamo sicuri che se la scuola italiana avesse riconosciuto queste linee guida in alternativa a quelle che ha scelto per tanto tempo, le cose sarebbero andate molto meglio per il nostro paese?

Credo che la risposta giusta sia:

  • Non possiamo essere sicuri che le cose sarebbero andate molto meglio, ma di certo non sarebbero andate peggio e i giovani che hanno frequentato la nostra scuola in tanti anni, avrebbero imparato a conoscere se stessi e gli altri, a collaborare, a stimare i loro insegnanti, si sarebbero dedicati con più entusiasmo all’apprendimento dei saperi.

La loro esperienza scolastica sarebbe stata di certo più felice!

Può bastare?

 

 

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